Diario di un curatore di campagna #1|RECENSIONE VEZZOLI – FRANCO NOERO

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Le Metamorfosi di Francesco Vezzoli presentate da Franco Noero sono un lavoro site-specific di uno degli artisti italiani più riconosciuti all’estero. Il lavoro vuole visualizzare la vicenda del satiro che osò sfidare il dio Apollo, così come questa viene tramandata da Ovidio nelle sue Metamorfosi. E lo fa proponendo le sue cifre, le sue firme rappresentazionali: lacrime, contaminazioni di kitsch e cinema.

Il percorso del fruitore è obbligato, costretto da un narratore onnisciente che ne indica la direzione e ne obbliga le fermate. Il cinema così interviene nel direzionare le luci e nel controllare le possibilità di visione dello spettatore: come un regista Vezzoli non smentisce la necessità di proporre un’unico percorso, un’unica chiave di lettura almeno apparente, univoca, in una cultura massificata, svuotata di contenuti e ricchezze profonde, svilita a superficialità di cui le muse – che lo stesso artista propone nella prima sala – ne sono icone e dee protettrici. La storia è semplice, narra di una sfida musicale tra Marsia, il satiro, e Apollo, il dio, la prima – sotto insindacabile giudizio delle muse, garanti della dimensione della legge – è vinta dal semi-uomo, Apollo ne chiede una seconda. Questa volta è il dio a vincere e si vendica sul satiro: che nessuno osi sfidare il dio, chi lo fa si prepari a venir scorticato. Tale monito lo leggiamo tramite le labbra di Vezzoli stesso, quasi una sfida a noi osservatori.
Se la prima sala ci presentava le muse, impietrite in light-box – arricchite dalle conosciute lacrime che hanno scandagliato la ricerca dell’artista – la seconda svela il culmine della vicenda. Qui si apre uno spazio quasi rarefatto, voluto e studiato dall’artista: è il mondo della legge, imposta e inderogabile, che si deve attuare, impietrita nel momento prima dello scorticamento. Vezzoli sceglie, accorto, di non mostrare il kitsch e di non fare spettacolo, presenta due statue classiche, del dio e del satiro. La seconda in marmo, antica, ellenistica e mal restaurata, quasi a dire che poco ci importa del nostro passato, che possiamo anche spezzarlo in pezzi e ricostruirlo non curanti di una ricostruzione accurata che tanto non è da quello che dipendono le possibilità attuali. Quella del dio, in poliuretano, è il presente: un dio nella posa plastica e nelle sembianze dell’Apollo del Belvedere ma con il volto di Vezzoli. Ecco perché si diceva, prima, che il monito a non sfidare il dio lo leggiamo sulle labbra dell’artista stesso. Sostituendosi al dio, che ha compiuto un atto di potere vincendo Marsia con l’inganno, Vezzoli svela l’inganno dell’arte, o forse solo della sua arte. Ma ne rivela l’impossibilità di criticarla. L’autore è quasi divino, non può essere giudicato: dalle sue mani esce oro, le sue lacrime sono diamanti.

Le cifre di Vezzoli ci sono tutte, e l’artista non fa che conferirne una giustificazione trascendente, divina, diventa pertanto incriticabile. È lui che detta legge, imponendosi su quella suprema delle muse con l’inganno. E Vezzoli alla fine inganna anche il fruitore, che crede alle sue parole.

Michele Chiaffredo Bertolino

 

Nota al lettore: Le Metamorfosi di Francesco Vezzoli sarà visibile fino al 12 settembre 2015. Ne vale un viaggio, come ne vale la galleria, punto di riferimento per l’arte contemporanea a Torino. Franco Noero coniuga una ricerca locale collaborando con artisti italiani e torinesi, con un respiro internazionale e grandi nomi proposti (basti pensare che la prima personale di Tunga in Italia ha avuto luogo proprio in via Mottalciata nel Novembre del 2014).

Foto Curtesy l’artista e Galleria Franco Noero

 

 

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