FULVIO TOMASI

fulvio tomasi

 

Luce ed ombra, bianco e nero, chiaro e (o)scuro. Il tutto realizzato con l’arte dell’incisione. Troverete tutto questo a Chiari e (O)scuri. Di forma bianco e nero. Di fatto non si può mai dire, mostra di Fulvio Tomasi aperta dal 4 al 24 novembre alla Sala Comunale d’Arte in Piazza Unità. A noi di Collaab è piaciuto il suo modo di interpretare quest’arte, solitamente inquadrata in modelli canonici, in modo leggero e distaccato, tanto da farci sentire le sue opere come contemporanee e dunque adatte alla nostra causa. Così abbiamo scambiato qualche parola con l’artista.
Dunque Fulvio, l’incisione. Presentaci questa tecnica un po’, come dire, “in ombra” rispetto ad altre: quali sono le sue procedure? Come si svolge il tuo lavoro?
La maggior parte delle opere esposte qua sono eseguite con la tecnica dell’acquaforte e fanno parte dell’incisione denominata “calcografica” che è il contrario dell’incisione xilografica. In quest’ultima il segno, l’immagine che avremo sul foglio, viene data dalla parte della matrice (la base di partenza per questa tecnica) che rimarrà integra mentre la parte scavata darà i bianchi. In quella calcografica avviene il contrario: la parte della matrice che rimane integra darà i bianchi mentre la parte incavata darà i neri ossia l’immagine. Nel caso dell’acquaforte si lavora o sullo zinco o sul rame(io prevalentemente sullo zinco). Si parte da una lastra, la si prepara lucidandola, poi si applica una vernice apposita sulla superficie, si ricalca il disegno che si vuole eseguire e poi con una punta si vanno a costruire i volumi, stabilendo quali sono i neri e i profondi praticando delle linee, dei punti o intrecci di linee. Finita questa operazione con la punta, si immerge la lastra nell’acido nitrico e questa soluzione scaverà lo zinco nei punti in cui ho inciso. Questo è a grandi linee il mio metodo il lavoro, la mia tecnica.
Questa mostra ha un tema particolare?
Diciamo che quasi tutti i miei lavori hanno dei punti in comune che possono essere più di uno, e che si riscontrano nelle varie opere. In ogni mostra che faccio cerco di dare un minimo di taglio anche se poi metto insieme lavori eterogenei o che appartengono a “epoche” diverse (in questa mostra ci sono lavori che vanno dal ’97 al 2012). In questo caso mi è piaciuto giocare molto su chiari e scuri ma allo stesso tempo ho lavorato sul rapporto tra Chiaro e Oscuro perché le tematiche affrontate comprendono e fanno convivere entrambi gli aspetti.Questa tecnica ti porta poi ad avere un impegno non indifferente e una produzione limitata.
Come mai dunque la scelta di lavorare in questo modo? Perché l’incisione e tutto il processo tecnico che ne comporta e non invece l’uso del pennello e del colore?
Da un lato, avendo a casa una serie di libri antichi era un tipo di tecnica che già da piccolo ho sentito familiare. Poi effettivamente quando ho cominciato ad usarla ho visto che mi permetteva una resa, una definizione d’immagine e di particolari non indifferente.Un vantaggio rispetto alla pittura è che si possono realizzare dei multipli nel senso che da una stessa matrice posso creare più esemplari.
Quanto tempo stai su un’opera di solito?
Diciamo che dipende dalle dimensioni. Su quelle medio-grandi da un mese di minimo fino a tre. Poi dipende ovviamente anche da quanto un lavoro è dettagliato. Un’incisione di media grandezza ma molto accurata dal punto di vista dei particolari può impegnarmi per tre mesi mentre un’opera grande il doppio ma meno dettagliata mi prende per la metà del tempo.
I tuoi lavori partono da un disegno che realizzi tu. E le tue forme come nascono? Sono senza dubbio particolari e interessanti. Le hai sempre trattate?
Tutto nasce da un’idea che poi viene tradotta in disegno che a sua volta si “trasforma” in incisione, venendo eseguito con la costruzione di profondità, di volumi, di chiaroscuri. Diciamo che il disegno serve come linea-guida per la realizzazione dell’opera. Per quanto riguarda le forme sono partito un po’ più figurativo e illustrativo, ispirandomi anche a leggende locali. Poi con questi lavori qua mescolo le due visioni con l’astrazione. Diciamo che per me è importante il figurativo e deve restare così poi mi piace anche lavorare sull’astratto. È  interessante riuscire a mescolare le due cose e poi strada facendo vedere dove si va a finire.
Questo tipo di forma espressiva di solito non incontra la contemporaneità dell’arte, cosa che invece sembra esserci nei tuoi lavori. Ma com’è in generale il panorama dell’incisione?
Il panorama è un po’ desolante per quanto riguarda l’Italia che non è lo scenario migliore per questa forma d’arte. Per quanto riguarda l’incisione di questo tipo, dunque calcografica, c’è nel nostro paese un gusto più legato a una visione ottocentesca dell’incisione, dunque paesaggistica o di riproduzione: nature morte, paesaggi appunto, rappresentazioni del territorio locale. Quindi lavori del genere non sono tanto digeriti da quel tipo di pubblico e allo stesso tempo ci si trova in difficoltà perché l’arte contemporanea non accetta tanto questo tipo di tecnica. Questo anche perché, specialmente negli anni ’80, sono stati fatti disastri nei confronti della grafica da parte di grosse società commerciali che hanno inondato il mercato di immagini che non erano sempre all’altezza. In ogni caso ci sono in tutto il mondo varie manifestazioni (biennali, triennali) dove mandando i propri lavori c’è la possibilità di poter esporre. Io cerco di essere presente il più possibile mantenendo però sempre la mia linea. Chiaramente le personali sono sempre gli appuntamenti più importanti.
Tornando all’inizio della storia: hai fatto qualche scuola particolare? Come ti sei avvicinato a questa tecnica? Insomma dove e quando è iniziato il tuo rapporto con l’incisione?
Io ho frequentato l’istituto d’arte a Trieste, poi per diversi anni non credo di aver preso la matita in mano o molto molto raramente. Poi ho fatto questo corso d’incisione tenuto da Mirella Sbisà, un corso che esiste ancora oggi, e là ho deciso di dedicarmi a quest’arte. Prima non avevo mai praticato l’incisione, è stato un vero colpo di fulmine. Ho iniziato dunque nei primi anni ’90. Colpisce il fatto della presenza di scritte in diverse tue opere e anche i titoli sono di forte impatto: “Giro d’aria”, “Ciò che esce”, “Dal Caos” tanto per citarne alcuni.
Io ritengo il titolo un fattore molto importante. Introduce l’opera e allo stesso tempo può essere complementare, “lavora” insieme all’opera. I titoli raramente ce li ho già all’inizio, molto più spesso li definisco, anche inconsciamente, durante la lunga fase lavorativa. Così, una volta terminata l’opera, li tiro fuori in maniera abbastanza rapida. Alcune opere sono proprio nate con l’idea di mettere il titolo lì, facente parte dell’opera grafica.
Un altro elemento molto presente nei tuoi lavori: l’occhio.
L’occhio è uno dei punti comuni di molte mie opere. E’ un qualcosa che anche fisicamente si collega direttamente al cervello, è una delle porte principali tra l’esterno e l’interno. Per questo per me è un elemento molto importante. I miei soggetti fanno sempre parte del connubio tra mondo interiore, onirico e mondo reale, esterno. Alla fine ciò che mi interessa rappresentare è la differenza/non differenza tra questi due mondi che sono sì separati ma anche estremamente collegati tra loro e indispensabili l’un l’altro. Questa è una delle mie linee guida principali.
SITO: fulviotomasi.it

 

 

 

 

 

 

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