Mattia Campo dall’Orto_Perfetti Estranei

mattia campo dell orto

 Ben trovati cari amici di Collaab. Dal 7 giugno al 7 luglio l’artista Mattia Campo Dall’Orto presenta la sua mostra “Perfetti estranei” all’emeroteca Mimexity. Noi ne abbiamo approfittato per raggiungerlo sul posto e fargli qualche domanda sulla sua esperienza artistica e sulla sua esposizione. Ecco come è andata.
Allora Mattia, quando ti è venuta l’idea di fare l’artista? Da dove sei partito?
La vocazione dunque… non c’è stato un momento in cui ho avuto l’illuminazione, è stato un percorso naturale, lento e progressivo. Mi sono avvicinato all’arte entrando dalla porta posteriore, facendo graffiti e cercando da un lato di esprimermi con un determinato codice dall’altro avvicinandomi all’arte in generale.
Tutto è iniziato con i graffiti dunque. Perché?

Ero adolescente e  forse la rabbia, la frustrazione e tutti quei sentimenti che vivi a quell’età si prestavano ad essere rielaborati in maniera creativa e anche distruttiva. Probabilmente l’arte è anche questo, fare e distruggere. Sono partito da lontano e sono ancora lontano. Il viaggio è lungo e non finisce mai.
Lo step tra graffiti e tela è grande. Come si è sviluppato il tuo lavoro? Come sei arrivato a quello che fai oggi?
Nel 1997 ho cominciato con i graffiti e nel 2000 ero stufo del loro standard. Facevo forme, non lettere e figure. Cercavo un approccio fuori dalla media usando pannelli, timbri, stencil e mescolando vari stili e tecniche. Sperimentavo. Un punto di svolta è stato quello del collage. Univo lettering tipografico e figure. Il collage mi ha dato uno straordinario impulso a sviluppare in diversi modi la mia ricerca e il modo per metter insieme tutte queste parti, ritagli, elementi pittorici, foto e piccoli oggetti  era il libro. Il libro inteso come naturale strumento che da un lato riassume e dall’ altro viene usato come mezzo di studio. Grazie al collage non dovevo preoccuparmi di una particolare esecuzione ma solo del metodo. Da lì dunque il ritorno alla tela.
E poi?
Poi  ho sperimentato il rapporto con lo spazio urbano, ad esempio con delle installazioni in spazi abbandonati. Questo è stato molto utile per una fase successiva che è stata quella dell’arte pubblica. Ad esempio commissioni di decorazioni murali di dimensioni importanti in spazi pubblici, dove dall’ inizio alla fine c’è la gente che interagisce, fa domande e commenta. Naturalmente è molto diverso rispetto alla realizzazione di un graffito o di una tela, dove non ti devi preoccupare del giudizio di nessuno. Per i lavori pubblici, inoltre, la commissione richiede qualcosa di preciso che devi rispettare. Di solito mi veniva richiesto di lavorare su un tema preciso ed era meglio così perché tante volte dietro la genericità c’è se il non sapere cosa vuoi ed è difficile accontentare una persona che non sa cosa vuole.
L’inserimento nell’arte privata invece come è stato? Senti di far parte di quel mondo?
Ora vi racconterò un piccolo dramma.. Io come altre persone mi trovo in un limbo, quello in cui hai uno stile di vita dove lavori  7 giorni su 7, dove dai tutto ma non c’è neanche l’ ombra della stabilità, non c’è un rapporto costante con il mercato. Sei in balia del vento. Possono esserci mille richieste che devi scremare e poi periodi neri. Diciamo che uno su 1000 ce la però al tempo stesso non puoi mollare. Da un lato c’è grande fermento, in tutto il mondo, ma il mercato ha poco a che fare con questo.
Bisogna dire che è un periodo in cui è facile essere “artista”. Ma quindi secondo te che figura ha l’artista di oggi?
E’ cambiato il suo ruolo in funzione del mercato ed è cambiato il suo inserimento nella piazza. Io sono scettico sul mito dell’artista ricco e famoso. In ogni epoca ci saranno stati artisti poveri e dimenticati. Al giorno d’oggi posso vendermi come artista, essere declamato ma non necessariamente lo sono. Bisogna distinguere tra ricoprire un ruolo ed essere. In ogni caso ci dev’essere un momento di confronto per l’artista. Oggi giorno faccio un graffito, lo faccio girare su internet e allora sono un graffitaro, schizzo su una tela colori e mi considero un artista. Non è così ma nulla vieta di provare ed esercitarsi. Se lo fai per piacere personale è una cosa bella, se lo fai per sentirti artista no.
Prima ci hai parlato della gente che ti segue nei lavori “per strada”. Il tuo rapporto con il pubblico per una mostra come “Perfetti estranei” invece com’è? E come vorresti che fosse?
Diciamo che il pubblico di galleria è più intellettuale ed informato. Per strada la gente è più sincera, anche in una maniera subdola, ma generalmente se hanno qualcosa da dirtelo te lo dicono. Le persone per strada ti fanno domande per capire invece nella galleria l’ambiente è più pacato e mi fa piacere quando la critica viene mossa da una persona competente. Il giudizio sincero fa sempre piacere e la mostra serve anche a questo. Ti dà una grande carica perché sprigioni in un attimo tutte le tue idee. Fa piacere quando la gente è sulla tua stessa lunghezza d’onda però non puoi pensare di realizzare la mostra definitiva, c’è sempre qualcosa che sfugge. Chi sa coglierlo e ha il coraggio di dirtelo, quello è un commento da ricordare. Quella persona ha capito più delle altre e ha il coraggio di esprimere la sua opinione. di esprimere la sua opinione Non ho una preferenza tra un ambiente e l’altro, amo lavorare in entrambi perché entrambi mi danno molto.
Quindi ti piace alternare galleria e spazio pubblico.
Alterno  costantemente. D’estate cerco di aumentare il ritmo con le opere murali in ambienti esterni  mentre d’inverno per forza di cose mi concentro di più sulle tele o addirittura su libri. Comunque porto avanti entrambe le cose tutto l’anno con appunti e schizzi.
Lavori sempre su un progetto, su un’idea di base per una mostra?
Sì, penso di non avere mai fatto una mostra con delle tele a caso raccolte qua e là. Se lo facessi trascinerei me e il pubblico in un baratro e tutti uscirebbero confusi dalla mostra. Magari uno è liberissimo di farlo ma io non me la sento, preferisco fare un discorso, partire da un’idea, un tema, un concetto e se mi stimola a produrre mi fa giungere ad una seria completa di opere, pur eterogenee ma legate da un filo conduttore. Questa mostra mi piace perché fa entrare il pubblico in un’altra epoca,  fa rompere la barriera del tempo. Secondo me non sono solo le opere che creano la mostra ma anche l’allestimento e ambiente concorrono, forse anche in maggior misura, a regalare emozioni. Prima che una persona si concentri su un singolo quadro viene attirata dal complesso e prima di entrare nelle due dimensioni entra in uno spazio ambiente.
Cosa credi che colpisca maggiormente il pubblico in questa mostra?
Sapere che c’è un tema, un titolo e che queste persone sono veramente esistite. Si arriva a chiedersi che fine hanno fatto questi “estranei” perché non sono persone famose. La mostra prende l’elemento ignoto, dimenticato, sconosciuto a tutti  e la sfida al pubblico è: ti interessa veramente? Ti metteresti in casa l’immagine di un perfetto estraneo?
Come ti è venuta l’idea di questa mostra?
Da un lato lavoravo sulla destrutturazione dell’immagine, ossia ritrarre una figura e poi andare a coprirla, sfumarla, distruggerla. Una discesa verso l’oblio, la dimenticanza, la cancellazione. Questa incognita, questa incomunicabilità è un elemento che sta alla base di questa particolare mostra. Dall’altro avevo la volontà di smascherare la pittura. Non devo necessariamente fare in quadretto realistico, è troppo banale e gradevole ed è moderno. Distruggere le cose belle invece è contemporaneo. La pittura può servire proprio a questo: a fare e a disfare. Tornando a come è nata questa mostra, sono rimasto affascinato dai mercatini di antiquariato e modernariato dove trovo sempre qualche spunto. Lì in mezzo a tutte le cianfrusaglie ho trovato anche queste briciole di memoria, queste fotografie antiche. Erano i veri tesori di famiglia, privi di un valore economico ma che ti davano l’identità. Allora ho cominciato a pensare a questa concezione dell’identità e della parentela.
Il passo successivo è stato sfidare la mia identità e pensare fino a che punto conosco i miei parenti, che radici ho e quanto ne so. La risposta è poco. Pochissimo. Quindi io spero che ritraendo questi perfetti estranei, mescolandoli ai miei antenati di cui so a malapena il nome, riesca a riavvicinare un po’ tutti noi, spero di innescare un ragionamento o comunque insinuare una domanda nel pubblico: che distanza c’è tra noi e queste persone di 100 anni fa e che distanza c’è tra noi qui presenti?
sito: mattiacampodallorto.italcuni suoi lavori:

intervista e testi: Marco Castro e Alan Stefanato

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