UROS ABRAM

Recretaion-Gordian knoth

Cari amici di Collaab, l’artista di cui vi parleremo oggi è un giovane fotografo a noi molto caro. Si tratta di Uroš Abram, che a partire dalla sua terra d’origine, la Slovenia, sta avendo un grande successo anche a livello internazionale. Dopo aver studiato fotografia all’Accademia di belle arti di Praga, ha realizzato numerose mostre e collabora con l’importante rivista slovena “Mladina”. A rapirci sono stati la sua poetica e i suoi progetti freschi e interessanti, tra cui il curioso “Made in me”, durante il quale l’artista tiene la pellicola all’interno della sua bocca e la impressiona grazie alla luce esterna, catturando ciò che si trova davanti.
Abbiamo deciso di incontrarlo a Lubiana e ve lo raccontiamo con un’intervista durata ore, durante la quale Uroš è stato felice di chiacchierare con noi davanti a una birra.

Iniziamo subito da “Made in me”, che cosa ci dici a riguardo?
Si tratta di un progetto complesso, nato da diversi input di tipo teorico: ho deciso di non usare la macchina fotografica ma il mio corpo. Proprio come nelle avanguardie della prima metà del Novecento i fotografi volevano possedere un terzo occhio per immortalare ogni cosa che gli accadeva intorno, così io ho deciso di usare la mia bocca. Un altro spunto è derivato da una tesi di Roland Barthes, e ovvero che la fotografia è nata nel cappello e non nella macchina fotografica.
Oggi le macchine digitali sono iper sviluppate dal punto di vista tecnologico, ma le persone non pensano alla fotografia. Tutta questa perfezione meccanica, inoltre, non lascia spazio all’errore, che è il più grande motivo  d’interesse: noi siamo tutti al 99% perfetti, ed è il restante 1% a renderci unici. L’arte è umana, e in quanto tale deve rispecchiare la nostra identità in qualche modo.
Quando ho iniziato a lavorare al progetto “Made in me”, ho dovuto far fronte a problemi tecnici nuovi e solamente dopo aver scattato migliaia di foto sono riuscito ad affinare la tecnica… Si tratta di un progetto molto bello ma stancante, anche dal punto di vista fisico perché riuscivo a fare solo un certo numero di scatti al giorno in quanto dopo un po’ iniziavo ad avere dolore alla mandibola. Ho scattato più di 2000 immagini per una mostra di solo 22.
Ho iniziato nel 2006 realizzando i primi scatti, ma il progetto è ancora work in progress, perché al momento sto pensando di ampliarlo…

Gli scatti di questo progetto ci piacciono molto, sono carichi di intensità e di istintività…
L’effetto è dovuto dalla mancanza di descrizione e dalla tecnica, che risulta avere un sapore mistico. Lo “sfumato” rende il tutto ancora più poetico, mentre l’aspetto tecnico dal punto di vista teorico perde di importanza. Quando devo realizzare dei ritratti, ad esempio, so perfettamente come verrà lo scatto, scelgo tutto nel dettaglio e abbozzo degli schizzi, e non c’è spazio alla sorpresa. In questo caso, al contrario, rinuncio al controllo a favore del corso del caso e dell’errore intesi come unici elementi di originalità che ci restano. Si tratta di un risultato che arriva in modo diretto, e questo per me è importante.

Altre sperimentazioni con la fotografia analogica?
Ora sto lavorando ad un progetto sull’ingordigia intesa come idea di “sovrabbondanza” sviluppata all’interno della società. E’ un lavoro molto personale perché mi coinvolge in prima linea in quanto riflessione sull’eccesso, alla quale tuttavia non ho ancora una risposta. Così ho stampato 20 mila mie fotografie e poi ho ricoperto alcune zone dell’appartamento con alcune di queste: in cucina, ad esempio, ho attaccato più di 5 mila immagini, tutte frutto dei soli primi tre mesi di collaborazione con la rivista Mladina. Mentre incollavo tutti gli scatti alle pareti della mia cucina, ad esempio, sono giunto al punto di non riuscire più a riconoscere la stanza per come la conoscevo, ed il risultato mi provocava un forte senso di claustrofobia.

Parlaci della tua collaborazione con la rivista Mladina…
Si tratta di realizzare ritratti creativi di artisti contemporanei sloveni: ogni settimana la rivista ne presenta uno, ed io mi occupo dell’immagine. E’ molto stimolante perché è un lavoro sull’identità e sulla sua percezione da parte delle persone, ma è anche impegnativo perché bisogna trovare sempre un’idea nuova e interessante per riuscire a rappresentare ogni artista nel proprio contesto.
Sono fortunato perché la rivista mi concede di agire in completa libertà, e ho deciso di chiamare questo tipo di ritratti “immagini” e non “foto” perché non voglio pensare alla fotografia in modo limitato e conformato, ma come ad un’idea che si può sviluppare combinando tra loro diverse tecniche nell’ambito delle arti visive. Spesso si tende a separare la fotografia dal design e dalla pittura, ma credo che bisognerebbe cercare di creare ponti tra una cosa e l’altra, e non confini.

E’ interessante vedere progetti così differenti tutti appartenenti allo stesso fotografo, e scoprire come la stessa persona sia in grado di trovarsi “a suo agio” in ambiti di lavoro tanto diversi…
Mi pare che Willem Flusser abbia scritto un po’ di tempo fa proprio un libro sulla teoria della fotografia, e parla anche della differenza tra un semplice possessore di una buona macchina fotografica ed un fotografo, e a questo riguardo sostiene che il primo tenti quasi sempre di immortalare qualcosa che già conosce bene, e quindi di ripetere bene dei clichè, mentre il secondo tenta di scattare con un approccio ogni volta diverso alle cose. Per me, ad esempio, non è interessante andare in India a fare un reportage, ma piuttosto farlo qui, dove ognuno può considerare le cose in modo diverso.

Abbiamo sentito parlare di un tuo lavoro che ci incuriosiva molto, e riguardava un’immagine accompagnata da un libro. Ce ne parli?
Certo, si tratta di un progetto che ho presentato alla fine del mio percorso accademico. Ho creato questo piccolo libro perfettamente rilegato: sulla copertina avevo stampato il mio scatto, mentre all’interno delle 700 pagine avevo inserito semplicemente il codice binario dell’immagine. Mi avevano chiesto di spiegare la fotografia digitale, ed io ho mostrato il mio libro. In questo momento storico siamo abituati a spiegare tutto, e a trovare un senso logico per tutto quello che facciamo.
In fondo penso che, nell’arte come nella vita, la domanda più importante da farsi continuamente è “perchè?”. Anche ogni volta che lavoro per qualcun altro chiedo sempre il perché delle cose, perchè non credo nell’oggettività. Penso che definirsi “oggettivi” sia un’idea politicamente abusata. Come fotografo, ho il dovere di proteggere la mia soggettività e di manifestarla. Chi sostiene di scattare delle foto in modo oggettivo o a puro scopo documentativo, non ha semplicemente il coraggio o l’onestà intellettuale di dimostrare la propria idea. Il semplice fatto di scegliere cosa immortalare e cosa no, è soggettivo.

Prima ci hai detto che la Galerija Fotografija di Lubiana cura il tuo lavoro…
Ho un bel rapporto con la curatrice della Galerija Fotografija, perché non si occupa esclusivamente della galleria ma anche della mia crescita a livello professionale e personale. Inoltre l’esperienza lavorativa come aiutante in uno studio fotografico nel periodo prima di frequentare l’accademia mi ha permesso anche di capire meglio come funziona il mercato dell’arte, e questo è stato molto importante.
A differenza di tanti fotografi, ad esempio, io stampo pochissime copie delle mie foto. Un pezzo o due, qualche altra edizione al massimo. Come un pittore dipinge un’unica tela, allo stesso modo penso che anche le stampe fotografiche debbano essere in numero più limitato possibile in modo da rimanere qualcosa di unico. Spesso le gallerie in cui espongo preferirebbero che facessi più stampe, in modo che i prezzi delle copie si abbassino e permettano maggiore vendibilità. Il rischio di questo meccanismo è di diventare un semplice artigiano, un produttore di fabbrica. Io invece voglio pensare che alle persone interessi acquistare un’opera in quanto contenuto irripetibile di un istante.

Hai qualche mostra in corso in questo momento oppure altre in mente per il futuro?
Per ora ho due mostre in programma, una a dicembre ed una a marzo. Ma per quanto riguarda esposizioni in corso non saprei, quest’anno ne ho avute 14 e in Slovenia la cosa peggiore che ti possa capitare è avere successo. Trattandosi di un paese molto piccolo, una volta entrati a far parte dell’ambiente si è costretti ad essere presenti in qualsiasi tipo di mostra, anche in quelle più piccole e insignificanti. Inoltre non si viene mai pagati, e il problema più grande è che non si riesce a vendere nulla.

http://www.abramphotography.com

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