ZAN YAMASHITA

Zan Yamashita

Sabato 2 agosto al DoubleRoom arti visive di Trieste, abbiamo incontrato il coreografo e performer giapponese Zan Yamashita per chiacchierare con lui di performance, danza e arti visive. Zan si trova infatti in regione per un periodo di residenza artistica invitato dall’associazione PlanTS in collaborazione con Etrarte e Arearea. Evento clou della sua residenza, la performance “Daikoushin” che si è tenuta venerdì 25 luglio in una location d’eccezione e curata da ETRARTE: gli spazi dismessi dell’ex-Ospedale Psichiatrico Provinciale di Sant’Osvaldo. ‘Daikoushin’ in giapponese significa “La grande marcia”, una marcia solitaria in cui il caos e il disastro diventano quotidiano; una singolare coincidenza se pensiamo che fu presentata al pubblico nel febbraio del 2011, ad un solo mese dalla tragedia di Fukushima.
Zan è un artista indipendente sin dal 1994, con base a Kyoto. Le sue opere sono state presentate in prestigiosi festival internazionali, quali il Kunsten Festival des arts (BE), Istanbul international contemporary dance & performance festival (TK)Indonesian dance festival, Festival Bo:m Korea e TPAM. Yamashita, Senior Fellow dalla Saison Foundation nel 2011, 2012 e 2013, insegna presso la Kyoto University of Art and Design. Il programma di residenza è ospitato da Lo Studio (Udine), con il supporto di ST Spot (Yokohama), la Saison Foundation (Tokyo) e la Provincia di Udine.

Ciao Zan ! Com’è stato portare la tua opera dal Giappone a Udine?
Sono stato una settimana a Udine e mi sono trovato molto bene. Oggi ho visitato Trieste, Il posto è magnifico e mi sarebbe piaciuto fare la performance anche qua. In Giappone ci sono molti artisti che si occupano di danza, ma non sono molti quelli che possono farlo anche all’estero. Per questo ci sono molti artisti giapponesi che modificano la loro opera per poterla portare oltre confine. Per esempio mettendo i dati su un computer ecc, ma io preferisco riprodurre l’opera originale anche all’estero. All’inizio avevo qualche dubbio a realizzare questo progetto in Italia, in Giappone spesso utilizzo un allestimento su grande scala, ma grazie a Elisabetta e ad altre persone pazienti che mi hanno aiutato a recuperare gli oggetti che mi servivano sono riuscito a fare questa performance anche qui in Italia.
La caratteristica principale della mia opera è utilizzare la danza come parola. Di solito utilizzo le parole per creare le coreografie, ma ultimamente mi interessa di più utilizzare questa danza come linguaggio per comunicare con la gente.
A Udine ho incontrato molta gente e questa esperienza sicuramente influirà sulle mie opere in futuro.

Udine ha una relazione privilegiata con l’arte che proviene dall’est.
Ho avuto l’impressione che le persone conoscano molto bene i film e gli “anime” giapponesi, continuavano a parlarmi di queste cose e mi sono sorpreso di sapere che tanta gente conosca questi argomenti quanto noi giapponesi.

In Giappone c’è un immaginario molto forte dell’Italia, che tipo d’immagine avevi tu prima di arrivare in italia?
Non è la prima volta che vengo da voi , sono stato a Venezia qualche tempo fa. La prima impressione è che la gente italiana abbia un grande orgoglio per la propria cultura e… anche del calcio. Anche la cucina è un argomento molto importante.

Come viene gestita in Giappone la malattia mentale?
In Giappone ci sono ospedali psichiatrici ma assolutamente non ci sono occasioni per fare performance all’interno di questi luoghi. I manicomi sono chiusi e se vado in questi posti capisco bene chi è il paziente e chi è il medico mentre quando sono arrivato a S. Osvaldo non capivo chi era il paziente e chi no. È stata un’esperienza molto interessante.

Riguardo all’intervento fatto a S.Osvaldo che tipo di suggestioni hai avuto?
Ci sono stati vari inconvenienti durante la performance perché è stata messa in scena senza prove, per esempio si è rotta una scala di legno mentre stavo salendo, oppure trovare l’automobile che ho utilizzato nello spettacolo mi è piaciuto tantissimo. Ho vissuto tante piccole situazioni ma non riesco ancora a esprimere con le parole quali sono le sensazioni più grandi che ho provato. Ero molto concentrato nel produrre e realizzare l’opera. Ho avuto comunque una grande energia che non riesco ancora a spiegare.

Daikoushin, La garnde marcia…
In quest’opera la relazione tra parola e movimento si identifica in distanza e avvicinamento… io comincio a dare dei nomi alle cose e agli oggetti che si trovano vicino a me, ad esempio bicchiere, libro oppure scarpe e pian piano andando avanti con lo spettacolo comincio a muovermi con movimenti più ampi e contemporaneamente anche le parole che utilizzo si amplificano, per esempio grande terremoto, grande fuoco … Alla fine della performance io me ne vado con passo insicuro con la parola Daikoushin che sarebbe “la grande marcia”.
Di base penso che sia un’opera che può essere capita da tutti.

Nel tuo lavoro ti interessano delle tematiche particolari? Quali sono gli argomenti che ti interessano attualmente?
Ultimamente il tema è “spostare oppure superare il confine” tra parola e movimento. Utilizzando le parole non voglio evidenziare l’esistenza di questo confine ma voglio cancellare questa divisione. Per esempio se io sono davanti a voi c’è questo netto confine tra orientale e occidentale e saranno sicuramente le parole che lo evidenzieranno. Io non vorrei evidenziare ciò ma anzi, vorrei rendere più vago il confine utilizzando parole oppure movimento.

L’abbattimento di questo confine di cui parli è vissuto in senso individuale o collettivo?
Per adesso sono molto occupato a vivere me stesso quindi è una cosa individuale. Per vivere devo pensare ovviamente anche a una scala più vasta di società. Ci sono sicuramente vari tipi di artisti ma per quanto riguarda me per far nascere il mio movimento nella coreografia utilizzo queste parole di disastro ad esempio grande terremoto, grande alluvione ecc. che sono una cosa assolutamente personale. Non è che avevo previsto tutti i disastri del Giappone, poi in seguito è diventato anche un fenomeno sociale.

La performance è stata proposta in modo differente rispetto a come la esegui in giappone, tale cambiamento è determinato dalla struttura in cui eri ospite?
La sensazione che ho avuto facendo questa performance davanti al pubblico di Udine non è stata tanto diversa da quella cho ho in Giappone. Da questo punto di vista non credo quindi ci sia stata una grande differenza per me. È probabile che quando riguarderò il video della performance forse troverò qualche differenza rilevante. In Giappone questa mia opera di solito fa un po’ “ridere” lo spettatore ma invece a Udine il pubblico mi prendeva molto seriamente.

La danza buto ha influenzato la tua opera?
Si certo, ho visto un gruppo di di danza buto e ho cominciato questa attività.

Ringraziamo ZanYamashita e vi invitiamo a vedere i suoi lavori:  www.zanyamashita.com/en/

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